Criterio divisionale della comunione legale.

La massa passiva va contabilizzata?

Civile Ord. Sez. 6 Num. 4186 Anno 2018
Presidente: CAMPANILE PIETRO
Relatore: FERRO MASSIMO
Data pubblicazione: 21/02/2018

ORDINANZA
Sul ricorso proposto da:
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
FALLIMENTO B.P. in persona del cur.fall. p.t., rapp. e
dif. dall'avv. Daniela Campus, elett. dom. presso lo studio di questi in
Roma, via Lisbona n.9, come da procura in calce all'atto
-ricorrente-
Contro
L.B., in proprio e come partecipe dell'impresa
familiare di P. B.
-intimato per
la cassazione del decreto Trib. Velletri 14.1.2017, n.323/2017,
in R.G. 5524/2016;
vista la memoria del ricorrente;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
giorno 12 dicembre 2017 dal Consigliere relatore dott. Massimo Ferro;
il Collegio autorizza la redazione del provvedimento in forma
semplificata, giusta decreto 14 settembre 2016, n.136/2016 del
Primo Presidente.
FATTI DI CAUSA
Rilevato che:
1. Il curatore del FALLIMENTO B.P. impugna il decreto
Trib. Velletri 14.1.2017, n.323/2017, in R.G. 5524/2016, con cui, in
parziale accoglimento del reclamo proposto ex art.98 I.f., ne ha accolto
la contestazione avverso il decreto del giudice delegato del
FALLIMENTO B. P. con il quale l'opponente B. L.
si era vista respingere le istanze di rivendica dei beni immobili in
proprietà comune al coniuge fallito P.B., nonché di ulteriori beni
di proprietà per la metà e utilizzati nell'esercizio dell'attività di impresa
familiare;
2. ha ritenuto il tribunale che gli immobili rivendicati rientrassero
nella cd. comunione de residuo, poiché, per quanto oggetto di acquisti
antecedenti alla costituzione dell'impresa familiare e non acquistati con
i relativi proventi, è vero che non entravano in modo automatico nella
comunione ex art.230bis c.c., ma facevano parte della predetta
comunione ai sensi dell'art.178 c.c., stante la rispettiva esistenza al
momento dello scioglimento, effettuato dai coniugi con atto del
23.3.2012; ne conseguiva il fondamento della rivendicata proprietà pro
quota del coniuge, per diritto reale;
3. con il ricorso si deduce, in unico motivo, l'erroneità del
decreto ove non ha considerato che il pur applicato istituto di cui
all'art.178 c.c. non poteva eludere il criterio di attribuzione divisoria dei
beni della comunione, che impone con l'art.194 I.f. la ripartizione in
parti eguali dell'attivo e anche del passivo, circostanza che avrebbe
dovuto far negare ogni attribuzione alla opponente, poiché il coniuge
imprenditore pochi giorni dopo la predetta separazione dei beni (e
dunque il 26.3.2012) aveva depositato domanda di concordato
preventivo, con patrimonio netto negativo, procedura poi sfociata in
fallimento;
RAGIONI DELLA DECISIONE
Considerato che:
1. il ricorso è fondato, posto che è consolidato l'indirizzo di
questa Corte che l'art.194 c.c., che regola il criterio divisionale della
comunione legale, risponde al principio per cui «lo stesso concetto di
comunione de residuo non può avere riguardo ai beni destinati a
confluirvi senza avere contemporaneamente riguardo alle passività che
gravano su quei beni, anche solo in virtù della garanzia generica ex
art.2740 c.c.» (Cass. 2680/2000, 7060/2004); ed invero anche in altri
precedenti l'attribuzione patrimoniale dei "beni" ha avuto riguardo al
«patrimonio netto» (così Cass. 6876/2013 in caso di società);
2. nella specie, il tribunale si è limitato ad una ricognizione dei
cespiti immobiliari esistenti al momento dello scioglimento della
comunione, conseguente all'instaurazione del regime di separazione,
senza contabilizzare la massa passiva afferente all'attività economica
in cui essi erano dedotti, consistentemente gravata - nello stesso
periodo - di perdite aziendali, nella prospettazione del ricorrente e
dunque incidenti sulla nozione economica di bene caduto in divisione;
quest'ultimo va invero inteso alla stregua di valore netto, solo così
realizzativo dell'effettivo credito esercitabile sulla comunione de
residuo, secondo il criterio giuridico posto dall'art.194 c.c. e violato;
3. il ricorso è pertanto fondato, conseguendone la cassazione
del decreto con rinvio, anche per le spese del procedimento.
P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia al
Tribunale di Velletri, in diversa composizione, anche per la liquidazione
delle spese del presente procedimento.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 12 dicembre 2017

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