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Sentenza

Lite temeraria, risarcimento, quantum, precisazioni Tribunale di Firenze, senten...
Lite temeraria, risarcimento, quantum, precisazioni Tribunale di Firenze, sentenza 04.03.2011 n° 691
Tribunale di Firenze

Sentenza 2 – 4 marzo 2011, n. 691

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato M. C., proprietaria di un appartamento in via … n. ..-, conveniva in giudizio, dinanzi al Giudice di pace di Firenze, C. O., proprietaria di altro appartamento sito nello stesso edificio condominiale, assumendo che i lavori eseguiti dalla convenuta alle tubature d'acqua nel 2003-2004 nel proprio appartamento avevano provocato danneggiamento alle tubature e alla caldaia del proprio appartamento.

Chiedeva quindi che, accertato il nesso causale fra i lavori eseguiti dalla O. e i danni lamentai, fosse la suddetta condannata al pagamento in proprio favore, a titolo risarcimento danni, della somma di € 1.880,38=, oltre accessori.

Si costituiva in giudizio la convenuta, la quale chiedeva il rigetto della domanda siccome infondata.

All'esito dell'istruzione, articolatasi nella produzione di documenti e nell'espletamento di CTU, con sentenza n. 9527/09 del 22.10.2009 il Giudice di Pace respingeva la domanda dell'attrice condannando la stessa al pagamento delle spese del giudizio.

Rilevava il primo giudice che “… il CTU, dopo aver effettuato il sopralluogo all'interno dell'abitazione dell'attrice, visionato la caldaia, ispezionato il vano contato riposto nell'androne dell'ingresso condominiale, dove è installata la valvola d'intercettazione generale dell'acqua e preso atto dei documenti relativi ai lavori eseguiti, ha concluso, in ordine alla riferibilità del danno lamentato a parte convenuta, che l'apertura e la chiusura della valvola d'intercettazione generale” non deve causare danni a impianti ed apparecchiature se progettati, costruiti e mantenuti a regola d'arte”.

Tuttavia non ha escluso che nel caso d'impianti vetusti come quello in questione gli sbalzi di pressione possano favorire il distaccarsi di incrostazioni interne ai tubi con conseguente sporcamento del filtro, ritenendo, però, poco probabile che corpi estranei, provenienti dall'appartamento della convenuta abbiano potuto migrare fino alla colonna condominiale per poi raggiungere l'appartamento dell'attrice. Il CTU, anche in sede di chiarimenti, ha escluso ogni responsabilità della convenuta O. per i danni lamentati dall'attrice, danni attribuiti, invece, alla vetustà del suo impianto ed alla obsolescenza delle tubature condominiali...”. Concludeva quindi: “… Le conclusioni cui è pervenuto il CTU appaiono logiche e convincenti anche in considerazione che l'unica prova addotta dall'attrice è la dichiarazione testimoniale dell'idraulico D. V. il cui generico contenuto, peraltro smentito dalle dichiarazioni peritali, non consente di acquisire la certezza della responsabilità della convenuta per il guasto verificatosi alla caldaia in questione…”.

Contro la suddetta sentenza interpone appello la C., chiedendone la riforma nei sensi riportati in epigrafe sulla base di un unico motivo col quale lamenta la palese incongruità della stessa perché si fonderebbe esclusivamente ed esplicitamente sulle sole risultanze della espletata CTU, senza tener conto delle altre emergenze e senza un doveroso vaglio critico della relazione peritale, che assume essere contraddittoria, carente, parziale e, come tale, inattendibile.

Quindi, nella resistenza dell'appellata O., che in via di impugnazione incidentale ripropone la domanda di condanna di controparte al risarcimento danni ex art. 96 c.p.c., all'udienza del 1.12.2010 il Presidente istruttore, sulle conclusioni riportate in epigrafe, ha trattenuto la causa in decisione, assegnando alle parti i termini ex art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

L'appello è infondato.

Le contestazioni avanzate in I grado e reiterate in questa sede da parte appellante consistono, in particolare:

a) vi è stato un solo incontro peritale, durato 40/45 minuti;

b) b) l'ispezione all'immobile è durata circa 10 minuti;

c) il CTU non ha inoltre fatto nessun accertamento né posto domande sulla tipologia delle tubazioni presenti nell'appartamento dell'attrice;

d) il CTU non ha considerato che il contatore dell'attrice-appellante C. era dotato di filtro;

e) il CTU non ha visionato né chiesto di visionare la documentazione sullo stato degli impianti dell'appartamento;

f) il CTU non ha visionato l'appartamento della convenuta O.;

g) il CTU non ha tenuto conto che anche altri condomini avevano riscontrato problematiche identiche a quelle per cui è causa.

Di più, il CTU avrebbe esordito nella propria relazione con una affermazione del tutto generica e di nessuna rilevanza nel caso di specie, scrivendo che “..l'apertura e la chiusura della valvola di intercettazione generale è una normale funzione degli impianti che non deve causare danni agli impianti ed apparecchiature se questi sono progettati costruiti e mantenuti secondo le regole dell'arte..”.: in altri termini, le indagini del CTU avrebbero dovuto concentrarsi sullo specifico condominio e sugli specifici appartamenti di cui si tratta anziché effondersi in considerazioni di carattere generale.

Assume la C. che era stata sempre diligente rispetto nella manutenzione della caldaia per quanto concerne pulizia e controllo delle immissioni e che un'analisi più attenta della situazione specifica avrebbe consentito al CTU di verificare che il di lei appartamento, da essa acquistato nel 1991, era stato appena ristrutturato, quindi in perfetto stato di manutenzione e con tanto di certificazione di conformità degli impianti; laddove il CTU avrebbe invece dedotto l'inefficienza degli impianti deducendola, ‘per relationem', dalla vetustà dell'intero immobile.

L'appellante prosegue poi affermando una pretesa illegittimità dei lavori posti in essere dalla convenuta-appellata per il presunto mancato rispetto della normativa sugli immobili c.d. vincolati: ma, a prescindere da ogni altro rilievo sulla mancata prova di tali asserzioni, non è dato comprendere la pertinenza e l'attinenza delle deduzioni in esame con i fatti di causa: risulta che la O. ha effettuato dei lavori di urgenza nel proprio bagno in ordine ai quali nessuna violazione le è mai stata contestata dagli organi preposti nonostante i puntuali esposti fatti dalla C. alla Polizia Municipale (v doc. 2 fasc. di parte appellata).

Ritiene il giudicante che la sentenza impugnata sia in realtà ineccepibile sotto tutti i profili, poiché il giudice di prime cure ha fatto buon governo delle norme in materia di onere probatorio nonché di valutazione della prova.

Invero, quanto al fatto che vi sia stato un solo incontro peritale, durato circa 40 minuti, si rileva che, secondo quanto rimarcato da parte appellata, nella specie la C. ha trasmesso al CTU ing. A., tramite il proprio CTP una cospicua documentazione che è stata evidentemente oggetto di valutazione da parte del CTU. In ogni caso non esiste un limite di tempo minimo al di sotto del quale si deve presumere che una perizia non possa ritenersi esaustiva e fondata sotto il profilo tecnico-logico-giuridico: la bontà di un giudizio tecnico non dipende affatto dal tempo utilizzato per la sua elaborazione. Stesso discorso per quanto concerne l'ispezione dell'immobile di controparte, che si afferma essere durata “solo” 10 minuti.

Quanto alla censura sub c) secondo cui durante l'ispezione il CTU non avrebbe fatto alcuna specifica domanda “in merito al tipo e allo stato delle tubazioni di detto appartamento, pur alla presenza della proprietaria”, non è dato vedere cosa mai in concreto avrebbe dovuto chiedere il CTU alla C. in ordine al tipo e allo stato delle tubazioni: la C. non solo non è un'esperta delle questioni tecniche dibattuta, ma è addirittura parte interessata del processo.

Al punto d) ci si lamenta che il CTU non abbia menzionato, nella relazione, il fatto che la caldaia della C. fosse dotata di un filtro: si tratta di circostanza che non giova a parte appellante, poiché la presenza di una eventuale protezione esterna non fa che confermare quanto si evince dall'elaborato peritale e cioè che la caldaia per cui è causa era già gravemente compromessa dal tempo e dall'usura.

Ancora, il CTU non avrebbe chiesto di visionare la documentazione concernente lo stato degli impianti dell'appartamento C., ma non specifica la suddetta a quali documenti si riferisce.

Quanto alla censura sub f), - il CTU non ha ispezionato l'appartamento della O. - non si comprende la necessità dell'ispezione, dato che il guasto per cui è causa si è verificato nella proprietà della C. ed è dunque qui che il perito doveva fare –come in effetti ha fatto- il sopralluogo.

Del resto lo stesso CTU ha precisato che tale sopralluogo non era importante, perché “..non è molto rilevante indagare sulla natura dei lavori che hanno richiesto tale chiusura (dell'acqua: n.d.e.)” (v pag. 7 rel. CTU).

Si duole infine l'appellante che il CTU avrebbe omesso di considerare che anche altri condomini avevano lamentato problemi analoghi al suo.

Orbene, si rileva che durante le operazioni peritali la C. ha prodotto, fra le altre, una dichiarazione testimoniale della condomina A. P. S. (v. All. n. 1 alla CTU), la quale ha per la verità asserito non già di aver avuto guasti alla propria caldaia ma, molto più semplicemente che nel periodo di contestazione “ vi erano degli sbalzi di pressione dell'acqua.”.

In realtà dagli atti causa emerge che parte attrice-appellante ha introdotto il giudizio di primo grado fondando le proprie ragioni, da un punto istruttorio, su una (unica) dichiarazione scritta di tale D. V., idraulico di sua fiducia, con la quale costui dichiara di aver eseguito nel 2003 una serie di interventi presso la proprietà C. “causati da modifiche sulla colonna condominiale con conseguente spostamento di corpi estranei. Lavori eseguiti ai fondi sottostanti e ai vari appartamenti” (v doc. 3 fasc. I grado di parte appellante).

Invero, la estrema fragilità delle argomentazioni difensive della C. è evidente solo considerando che non solo la O. stava eseguendo dei lavori (per stessa ammissione della C., anche in appello, vi era un cantiere condominiale aperto, senza poi considerare altri condomini alle prese con ristrutturazioni ai propri appartamenti), sicché non si comprende come l'attrice potesse – in I grado e maggiormente qui in appello - essere certa che erano stati proprio i lavori eseguiti dalla O. ad aver causato il danno da lei lamentato.

E' estremamente significativo al riguardo che la O. risulta essere l'ultima destinataria di una serie istanze risarcitorie inviate, senza molta ponderazione, dalla C. sia al condominio che ad altri condomini (v docc. 4-7 fasc. I grado parte appellata). In particolare, in data 14.10.2003 l'avv. F. scrive all'amministratore che la propria cliente C. “..lamenta di aver subito danni al proprio appartamento in occasione di lavori condominiali effettuati e tutt'ora in corso, alle fosse biologiche” (v. doc. 5 fasc. cit.); il 2.2.2004 è l'avv. G. che, sempre su incarico della C., scrive all'amministratore che “…la signora C. mi riferisce che nel periodo che va da marzo 03 in poi, si sono svolti, nel Condominio di Via …, lavori di rifacimento delle fosse biologiche e, nell'esecuzione di questi lavori, sono stati causati danni alle tubature dell'acqua della mia assistita che è stata costretta ad effettuare diversi interventi di idraulica, fino ad arrivare alla sostituzione della caldaia” (v. doc. 7 fasc. cit.); infine, nella comunicazione del 23.10.2003 inviata all'avv. F. (cfr doc. 8 fasc. cit.) l'amministratore scrive che “non mi risulta che il condominio abbia causato danni alla signora C.. La stessa condomina in un primo momento chiedeva danni al condomino O. successivamente al condomino … e ora al Condominio..”.

Da quanto esposto è di tutta evidenza che la C. non ha mai avuto cognizione certa e stabile del presunto responsabile del guasto lamentato, decidendo ad un certo punto di intentare la causa nei confronti della O., senza tuttavia mai dimostrare ai sensi dell'art. 2697 c.c., come era suo onere, essere stati i lavori fatti eseguire dalla O. a causare il danno per cui è causa.

Né ad ovviare a questa lacuna è giovato all'attrice-appellante allegare – peraltro irritualmente -in sede di operazioni peritali per il tramite del proprio CTP, una serie di ulteriori documenti, tra cui la menzionata dichiarazione della condomina L.S., senza riuscire a dar prova dell'asserito nesso di causalità tra i lavori eseguiti dall'odierna appellata e i danni per cui è causa (si ribadisce che la condomina L.S. non ha denunciato nessun guasto quanto piuttosto dei semplici inconvenienti, limitandosi essa a dedurre dei meri sbalzi di pressione).

Invero, dopo l'elenco delle “lacune” della CTU sopra esaminate la C. tenta di contestare la CTU dell'ing. A. su cui si poggia la sentenza impugnata, affermando che il rilievo peritale secondo cui “..l'apertura e chiusura della valvola di intercettazione generale è una normale funzione degli impianti che non deve causare danni in impianti ed apparecchiature se questi sono progettati, costruiti e mantenuti secondo la regola dell'arte..” costituirebbe un assunto generico e di nessuna rilevanza nel caso specifico.

Si rileva in contrario che l'affermazione del CTU è un enunciato di ordine tecnico che non ammette repliche, la cui forza è da rinvenire nella sua semplicità ed ovvietà: una caldaia efficiente, in buono stato di manutenzione, non può subire danni da una sua normale funzione qual è appunto l'apertura e/o la chiusura della valvola di intercettazione generale dell'acqua.

Il CTU precisa peraltro che “..non si può escludere che, nel caso di impianti datati come quello in questione e.. non in perfette condizioni di esercizio, gli sbalzi di pressione abbiano favorito il distaccarsi (e la conseguente immissione in circolo: n.de.) di incrostazioni interne ai tubi..”, ma, dopo aver ritenuto questa eventualità “poco probabile”, precisa che ciò non potrebbe comunque mai determinare la rottura della caldaia ma, al massimo, l'inquinamento dei filtri (pag. 5 rel. peritale).

Quanto alla censura relativa ai mancati accertamenti su tipologia, manutenzione ed efficienza della caldaia, si osserva che nella relazione peritale si dà atto del deposito del libretto di impianto della caldaia della C. (v all. 3 “ulteriore documentazione di parte attrice”alla rel. del CTU), la quale è stata pertanto oggetto di valutazione da parte del CTU. Del resto il CTU ha sostanzialmente risposto a tutti i quesiti aggiuntivi formulati on sede di operazioni peritali dall'odierna appellante: ad esempio, la presenza dei filtri non è tata ritenuta rilevante in quanto quelli presenti al momento del sopralluogo non erano gli stessi presenti al momento del presunto guasto e “..le tubature sono installate sottotraccia e dunque non ispezionabili..” (v. pag. 7 relazione peritale).

Al riguardo, secondo parte appellante il CTU sarebbe incorso in una palese contraddizione affermando che gli sbalzi di pressione possano aver “favorito il distaccarsi di incrostazioni interne ai tubi con conseguente sporcamento dei filtri della signora C.”, per poi subito dopo considerare “poco probabile che dei corpi estranei, provenienti dall'appartamento della signora O. durante i lavori di ristrutturazione, siano migrati fino alla colonna condominiale, per poi raggiungere l'appartamento della signora O.”.

Ma le affermazioni di cui sopra sono tutt'altro che contraddittorie, in quanto se è vero che l'appartamento della O. è al piano superiore rispetto a quello di proprietà C., è altrettanto vero che i due immobili non sono uno sopra l'altro, sicché è praticamente impossibile che dei corpi estranei possano dall'immobile della O. aver raggiunto la caldaia della C..

Appaiono dunque chiare le reali cause che hanno determinato la sostituzione della caldaia della C.: la caldaia, già vecchia, era non perfettamente funzionante.

In definitiva la C. ha promosso il presente giudizio nei confronti della O. senza fornire il benché minimo elemento di prova del nesso di causalità fra i lavori fatti eseguire da quest'ultima e i danni da lei lamentati.

L'appello va pertanto respinto perché del tutto infondato.

Va invece accolto l'appello incidentale spiegato dalla O. per ottenere la condanna di controparte al risarcimenti danni ex art. 96 c.p.c.

Emerge infatti chiaramente da tutta la vicenda che la C. avrebbe dovuto usare maggiore accortezza e prudenza nell'instaurare la presente causa. Non si concorda, sul punto, col primo giudice secondo cui nel caso di specie non vi sarebbe stato né dolo né colpa grave, ravvisabili – a suo dire - solo nella “coscienza della infondatezza della domanda e delle tesi sostenute e non nella mera opinabilità del diritto fatto valere”.

Non può infatti sostenersi non essere cosciente dell'infondatezza delle proprie ragioni colui che non solo intenta una causa come quella che ci occupa ben sapendo che la propria caldaia era già vetusta e comunque non più perfettamente funzionante, ma – di più – prova a chiedere, quasi ‘alla cieca', i danni a più soggetti (v. le lettere docc. 4- 8 fasc. di parte appellata) per poi convenirne uno – la O. - in giudizio senza neanche spiegare le ragioni della “scelta”, mostrando in tal modo di aver agito sostanzialmente a caso e in modo avventato. Infine, non pago della sentenza di primo grado, propone appello denunciando una serie di presunte lacune e omissioni della relazione peritale, con la quale il CTU aveva in realtà integralmente ed esaurientemente risposto, replicando punto per punto ai quesiti/contestazioni formulati dal CTP di parte attrice, anche a seguito della sua convocazione per chiarimenti.

Non è dubbio pertanto, in punto di AN, la colpa grave della C. nell'instaurare la presente causa.

Per ciò che concerne il quantum, si osserva che la domanda ex at. 96 c.p.c. ha quasi sempre incontrato, alla luce della giurisprudenza tradizionale, una difficoltà sotto il profilo della prova del danno subito, in quanto in genere colui che agisce ex art. 96 c.pc. – e la O. in questo giudizio non fa eccezione – non deduce e dimostra alcunché al riguardo; laddove è principio consolidato della S.C. che “la liquidazione del danno da responsabilità processuale aggravata, ex art. 96 c.p.c., ancorché possa effettuarsi anche d'ufficio, postula pur sempre la prova gravante sulla parte che chiede il risarcimento sia dell'an che del quantum debeatur, o almeno la concreta desumibilità di detti elementi dagli atti di causa” (v. per tutte Cassazione civile, sez. I, 9 settembre 2004, n. 18169).

Ma a tale difficoltà si può agevolmente ovviare secondo l'orientamento propugnato da questo Tribunale in altre tre precedenti pronunce.

Invero, anche se la O. non offre specifici elementi in ordine all'esistenza ed alla misura del danno in questione e il Tribunale non ignora la citata giurisprudenza della Suprema Corte secondo cui «la liquidazione del danno da responsabilità processuale aggravata, ex art. 96 cpc, ancorché possa effettuarsi anche d'ufficio, postula pur sempre la prova gravante sulla parte che chiede il risarcimento sia dell'an che del quantum debeatur, o almeno la concreta desumibilità di detti elementi dagli atti di causa» (v. Cass. civ. n. 18169/04 cit.), va tuttavia rilevato che la stessa S.C. ha infine riconosciuto (in applicazione della legge 24/3/2001, n. 89, ossia nell'ambito di una disciplina riguardante l'equa riparazione da parte dello Stato per ingiustizia denegata o ritardata), che, in linea generale, «il danno non patrimoniale derivante dalla violazione del diritto alla durata ragionevole del processo non necessita di specifica prova, essendo conseguenza normale della violazione stessa …» (Cassazione civile, sez. I, 30 maggio 2005, n. 11364), come impone del resto la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e l'interpretazione che ne ha data stabilmente la competente Corte di Strasburgo.

Il riconoscimento del processo come causa di ansia, di stress e di dispendio di tempo ed energie suscettibile di dar luogo a risarcimento delle parti che lo abbiano irragionevolmente subito è da ritenere principio d'ordine costituzionale immediatamente precettivo (v. Cass. Sez. unite, sent. n. 28507 del 23/12/2005).

La giurisprudenza ormai costante della CEDU a Strasburgo detta anche i parametri di commisurazione del ristoro: si tratta di riconoscere un danno che va da un minimo di mille euro ad un massimo di millecinquecento euro per ciascun anno di durata del procedimento da ritenersi come causa ingiustificata di sacrificio, con la precisazione che il parametro liquidatorio indicato dalla CEDU, per ogni anno di ritardo, in una forbice da € 1.000,00 ad € 1.500,00, può essere modificato dal giudice nazionale, il quale può modulare la liquidazione del danno non patrimoniale in relazione alla specifica e peculiare connotazione ed intensità che questo assuma nel caso concreto, quando le peculiarità della fattispecie costituiscano tutti elementi che convergono a deporre per una particolare intensità dello stress ed ansia da attesa di una decisione liberatoria (v. in tal senso, per tutte, Cassazione civile, sez. I, 07 dicembre 2006, n. 26200).

Non v'è ragione, a parere del Tribunale, che lo stesso principio non debba valere anche nell'interpretazione sistematica dell'art. 96 c.p.c. nel caso – come per l'appunto quello di specie - in cui la lesione del diritto di una parte sia stata provocata dall'abusiva condotta processuale della controparte, che si pone come evidente causa di un processo che non aveva ragion d'essere ‘in toto', quindi eccessivo nell'intera sua durata e non già per il periodo eccedente quello ‘ragionevole' fissato, in linea generale, in tre anni.

La fondatezza della tesi che si va sostenendo trova una conferma nella recente scelta del legislatore che, pur limitandola (inspiegabilmente) al giudizio di cassazione e ad un periodo temporale limitato (2006-2009), ha nell'art. 385 c.p.c. come modificato dall'art. 13 D. Lgs. n. 40/06 - peraltro poi abolito con la ‘riforma del 2009 - previsto la possibilità della liquidazione in via equitativa di una somma “non superiore al doppio dei massimi tariffari” a carico della parte che abbia proposto il ricorso o vi ha resistito con colpa grave.

Pur se la norma di cui al citato art. 385, quarto comma, c.p.c. è stata un meteora legislativa di breve durata, il principio in essa enunciato appare quello più correttamente applicabile, in forza di un'interpretazione analogica, al caso di specie, in cui la modestia del valore della causa, rientrante nella competenza del Giudice di pace,

rende evidente essere sproporzionato in eccesso nella specie l'applicazione del parametro della CEDU di € 1.000 - 1.500,00= per anno, sicché in applicazione del principio secondo cui il giudice nazionale, il quale può modulare la liquidazione del danno non patrimoniale in relazione alla specifica e peculiare connotazione ed intensità che questo assuma nel caso concreto in relazione alle peculiarità della fattispecie, si ritiene nella specie, in considerazione della qualità e quantità degli interessi in gioco, tenuto conto della durata – cinque anni – del processo e del valore della causa, equo liquidare il danno di cui all'art. 96 I comma c.p.c., in favore dell'appellante incidentale ed a carico della C. in via equitativa sulla base del criterio di cui all'abrogato 385 c.p.c. e nella misura onnicomprensiva di € 2.000,00= al valore attuale della moneta.

Le spese ulteriori del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Firenze, definitivamente pronunciando, rigetta l'appello proposto da M. C. contro la sentenza del Giudice di Pace di Firenze n. 9527/09 del 22 ottobre 2009 e condanna detta C. a rifondere all'appellata C. O. le spese ulteriori del giudizio, che si liquidano in complessivi € 1.777,25=, di cui € 950,00= per onorari ed € 628,00= per diritti, oltre IVA e CAP.

In parziale riforma della sentenza impugnata ed in accoglimento dell'appello incidentale, condanna M. C. al pagamento in favore di C. O., a titolo risarcimento danni ex art. 96 c.p.c, della somma di € 2.000,00=, oltre interessi legali dalla presente sentenza.
Avv. Antonino Sugamele

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